Egiziani d’Italia

27 August 2013

Egyptian_FlagQuesto e’ un post piuttosto datato, ma credo abbia degli elementi molto attuali. La situazione in Egitto si è stabilizzata, sebbene il nuovo regime di Al-Sissi abbia molte gatte da pelare e sia tutto fuorché popolare al momento, ma il dato interessante è quello dell’associazionismo islamico in Italia, un fenomeno da osservare soprattutto alla luce dei risultati delle recenti elezioni comunali a Milano

“Non finira’ finche’ ogni singolo Egiziano non avra’ perso almeno un amico, un parente, un amato. Solo allora smetteremo.”
Youssef, un amico che lavora per Al Jazeera, mi riassume cosi’ la situazione.
Per lui quello che sta avvenendo in Egitto e’ una sorta di necessario rinnovamento, cosi’ come la Francia ha avuto la sua rivoluzione. “I francesi, con la ghigliottina, ne hanno ammazzati piu’ di quindicimila, no?”, e lo dice con sinistra disinvoltura, aggiungendo che il numero di vittime in Egitto non e’ nulla rispetto alla rivoluzione russa o a quello che hutu e tutsi si fecero a vicenda.

Youssef semplifica cosi’: i leader della campagna Tamarrod e i manifestanti della prima ora sono stati resi completamente impotenti dai due pesi massimi che si stanno contendendo il potere. Strizzati come in un sandwich.
Da una parte, i militari che si intascano 1.3 dei 1.56 bilioni di dollari che gli Stati Uniti elargiscono come fondi annuali all’Egitto, i militari che controllano il 30% dell’economia egiziana, i militari di Shafiq, i militari dell’inquietante Al-Sissi.
E dall’altra, il partito Liberta’ e Giustizia. Gli eterni perseguitati, gli esuli, la forza occulta che a forza di pane e banconote ha conquistato i favori dell’Egitto rurale.
Se e’ complicato capirlo per chi osserva da troppo vicino, cosi’ non dovrebbe essere per tutti noi che dall’altra sponda del Mediterraneo osserviamo allibiti l’Egitto che brucia.
Invece, in Italia molte comunita’ e organizzazioni appaiono pronte, Milano in testa, a cavalcare l’onda e impegnarsi in una lotta partigiana di dubbia onesta’ intellettuale.

Solo un mese fa e’ stato fondato il comitato “Liberta’ e Democrazia per l’Egitto”, che sostiene di sintetizzare e rappresentare “le varie anime dell’Egitto, dal religioso al laico”, e che generosamente si propone di “offire un servizio all’Egitto e agli egiziani”.
Perche’ il paese va riportato sui “binari democratici” su cui avrebbe camminato durante Morsi.
Andando piu’ a fondo, non e’ difficile rendersi conto che le anime non sono ‘varie’, ma e’ una. L’associazionismo di stampo islamico, che da sempre prolifera in Italia e a Milano, forte di misteriosi ma massicci fondi economici, ha nomi e cognomi precisi.

Oggi usano la causa egiziana come ulteriore leva di lancio. 
I suoi membri urlano alla dittatura dell’esercito, gettano qua e la’ secchiate di stucchevole pacifismo, fanno dichiarazioni altisonanti, ma quando i Fratelli Musulmani in Egitto si rifiutavano di firmare la Convenzione internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, o giustificavano gli assalti alle manifestanti a piazza Tahrir, o redigevano una costituzione con una commissione che escludeva qualsiasi altra forza politica, o ledevano i diritti della minoranza cristiano-copta, o insaccavano una mossa anti-costituzionale dietro l’altra, loro no, non si preoccupavano di difendere la democrazia in Egitto, non fondavano comitati, non si facevano intervistare in video.

Dall’altro lato, gruppi sparsi e decisamente meno coordinati di egiziani italiani, organizzano sit-in pacifici a Milano e a Roma, chiedendo che il loro paese finalmente si disfi di ogni totalitarismo. Uno per tutti, l’Associazione culturale Italo-Egiziana. Sono scesi il 30 giugno anche loro, come i loro compatrioti, Milano come il Cairo. Ma sebbene chiedessero la destituzione di Morsi, di certo non aspiravano all’eliminazione fisica dei Fratelli Musulmani, e hanno osservato con orrore la mattanza del 14 agosto.
Con loro, molti egiziani copti, terrorizzati dalla distruzione delle proprie chiese, di cui tra l’altro il gia’ menzionato comitato democrazia per l’Egitto non sembra preoccuparsi troppo.

Gli egiziani in Italia sono molti e diversi. Cosi’ come al Cairo. Le anime sono tante, le sfide sono diverse. Ma i giochi politici si riproducono, su piccola scala, anche da noi.
C’e’ un islamismo politico che non vuole perdere il momentum. Che si tratti del dibattito sulla moschea a Milano, della rivoluzione egiziana o del nuovo libro di Magdi Allam, sono tutte occasioni preziose di posizionamento strategico.
Poi ci sono prime e seconde generazioni indipendenti: lontane dalle associazioni, in cui non si riconoscono, lontane dalle dinamiche della rappresentanza ma portatrici sane di istanze non meno fondamentali.

Il distacco tra questi e quegli egiziani d’Italia richiama, con le dovute differenze, il divario che separa chi al Cairo e’ sceso a favore del cosiddetto “colpo militare” del 30 giugno, e chi oggi utilizza il simbolo di piazza Rabaa Al-Adawiya, dove molti Fratelli Musulmani sono stati assassinati, come foto profilo di Facebook.
Mentre quello che tutti gli egiziani e arabi d’Italia dovrebbero fare, dopo aver vissuto anni nella democratica Europa, e’ auspicare che si trovi spazio per il pluralismo anche in Egitto. Non fomentare le polarizzazioni, ne’ utilizzare gli eventi egiziani a proprio vantaggio.

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