Il velo è un’arma di distrazione di massa

Lei era una parente che vedevo una volta ogni due tre anni. Eravamo ad Alessandria d’Egitto. C’erano probabilmente 40 gradi, tutti. E lei era un’adolescente, forse quindici o sedici anni.

Tornai a casa e riflettei su quello che aveva detto, al sottotesto: il velo era il suo biglietto da visita per il Paradiso.

E il biglietto degli uomini qual era?
Non lo sapevo, ma dovevo fare qualcosa. Il pensiero mi tormentò, dissi a mia madre: «voglio mettere il velo». Lei scoppiò a ridere, mia sorella un po’ si spaventò. Fu l’unica volta in cui, nonostante i miei annuali viaggi in Egitto, pensai di indossarlo.

L’impressione era che sarei entrata in una bolla di spiritualità e castità magica, sarei diventata “asessuata” e avrei guadagnato dagli uomini il rispetto che meritavo. E Dio sarebbe stato contento di me.

Ora che ripenso a quel periodo, mi viene da ridere.

Stimo la determinazione delle milioni di donne che indossano il velo. Credo però che la complessità del nostro percorso spirituale si giochi su parametri più profondi dei centimetri di corpo che copriamo.

Il velo nel 2016 è un’arma di distrazione di massa.

 

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